I contadini meridionali resistenti. Uno per tutti: Giuseppe Novello

C’era l’America, bella, lontana

del padre mio che aveva vent’anni

Ora dov’è l’America nostra?

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Scriveva così Rocco Scotellaro negli anni ’50, quando le lotte dei contadini erano ormai solo un ricordo e lasciavano il posto all’unico mezzo di speranza che era loro rimasto, l’emigrazione verso il nord.

 Ho ripreso tra le mani la mia tesi in questi giorni, per recuperare delle informazioni storiche per una ricerca. E mi son detta, come faccio sempre: Nica è giunto il momento di mettere sul web qualche pezzo. L’avevo già fatto qualche mese fa pubblicando una poesia in lingua arbereshe, che ha fatto parte dei miei studi storici vecchi ormai di quattro anni. Ma non è mai troppo tardi, perciò ora mi è venuta voglia di condividere un racconto che mi sta molto a cuore, e che ho conservato gelosamente finora, quasi con la paura di renderlo pubblico, seppure non sia una storia propriamente inedita. Avrei voluto che il co-protagonista stavolta scrivesse insieme a me, a quattro mani, ma qualche chilometro ci divide, perciò le due mani, per ora, sono solo le mie, sperando che possano presto essere accompagnate anche dalle sue. Certamente lui è qui con me con il cuore, mi sostiene fin dal giorno in cui ci siamo conosciuti. Il destino ci ha fatti nascere nella stessa terra, la Basilicata, e ci ha portati da migranti entrambi a Torino, seppure in periodi diversi.

 Ho conosciuto Filippo Novello a Torino, per caso, circa cinque anni fa, mentre ero alla ricerca di storie autentiche da raccontare e analizzare per la mia tesi sull’emigrazione lucana a Torino nell’epoca del boom economico. Lui, non sapevo nemmeno che esistesse. Ma un giorno lo incontrai nella sede di un’associazione lucana e si interessò subito alla mia ricerca. Alto, magro, il viso e una voce rassicuranti, un sorriso molto tenero. D’istinto quasi, ci siamo seduti e abbiamo cominciato a parlare, taccuino e registratore alla mano per non perdere nemmeno una parola. Figlio di Giuseppe Novello, bracciante di Montescaglioso, che morì la notte del 14 dicembre 1949, durante un’occupazione di terre, e di cui a giorni ricorre l’anniversario di morte.

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 Quando morì mio padre avevo appena tre anni e mezzo, erano le 3 o le 4 della mattina del 14 dicembre del 1949, quando la polizia giunse in paese per sedare la rivolta dei contadini e arrestare i responsabili; non riuscirono a prendere colui che divenne poi il mio secondo padre perché, pur essendo il Segretario della sezione del PCI, non si fece trovare in casa avendo capito che la polizia sarebbe arrivata. Il mio unico ricordo di quella notte è ancora oggi il piangere di mia madre e di mia nonna, uno strepitio di piedi che battevano a terra, le urla e i pianti dei bambini; ma ne ho portato le conseguenze per lungo tempo con lo strabismo, dovuto alla paura del momento, che mi colpì e che poi per fortuna sono riuscito a correggere. Tutti cercarono di andare alla Caserma dei Carabinieri, dove si credeva fossero gli arrestati, che intanto erano già stati trasferiti in carcere. Il paese fu accerchiato, vennero lanciati lacrimogeni, una motocicletta dei carabinieri cercò di raggiungere la caserma ma la folla aveva invaso il corso, il mezzo tentò di cambiare direzione ma cadde, i carabinieri si sentirono accerchiati e fecero fuoco sulla folla, colpendo diverse persone, tra le quali mio padre, che dopo tre giorni morì.

 Le richieste erano: esproprio del latifondo e riforma dei patti agrari. Le occupazioni toccarono i paesi di Miglionico, Irsina, Matera; il 2 dicembre tremila contadini occuparono il bosco di Policoro, indicato come “riserva di caccia”; a Montescaglioso la polizia intervenne il 7 dicembre, ma incontrò un’accanita resistenza da parte dei contadini, che avevano occupato, già nei mesi precedenti, i fondi di Tarantino, Strada, Miami, Galante e Lacava. Giovanna Parisi, in un saggio dedicato a Montescaglioso, ha descritto con molto realismo ed efficacia i fatti che resero protagonista la città del metapontino:

ImageUna storia di lotte, ma anche di lavoro minuzioso e di pazienti trattative tra i contadini –che ogni giorno si riunivano presso la Camera del Lavoro per discutere le azioni dei giorni successivi- e la Prefettura. Il 10 dicembre sembra profilarsi un accordo, ma tutto precipita quando un Ispettore dell’Agricoltura fa sapere ai rappresentanti dei lavoratori […] che l’accordo poteva essere valido per il momento solo per il comune di Irsina. Al diniego della delegazione si tentava un’altra riunione il 13 dicembre, […] con i rappresentanti dell’Associazione degli Agricoltori, che si dichiaravano disposti a cedere una minima parte di terreno, mentre il resto poteva essere dato dopo un tempo lungo, per cui chiedevano di avere pazienza […]. La mattina del 14 partirono da Matera 5 camion di carabinieri con l’intento di impedire il corteo che si stava formando e diretto sulle terre. […] iniziarono le perquisizioni. Montescaglioso fu svegliata da un pesante rumore di passi nelle strade e da un bussare agli usci delle case […] uomini, donne e bambini si incolonnarono verso la Camera del Lavoro chiedendo di liberare i loro familiari […] condotti in caserma.

Le forze di polizia circondarono allora il paese isolandolo con l’interruzione di energia elettrica; i contadini, che chiedevano la scarcerazione dei loro parenti, provocarono la violenta reazione della polizia che sparò sulla folla, ferendo una cinquantina di persone e uccidendone uno. Era il papà di Filippo, Giuseppe che, ferito da un poliziotto in motocicletta, morì a soli 32 anni nell’ospedale civico di Matera dopo tre giorni. Nel giorno stesso della sua morte, i contadini ottennero dagli agrari 4.500 ettari di terra.

 contadiniIl movimento contadino lucano già alla fine del 1945 iniziò la sua lotta per l’occupazione delle terre partendo da Montescaglioso, comune del materano governato dai comunisti: i contadini invasero la masseria Tre Confini della famiglia Lacava e sequestrarono il commissario del comune perché allontanasse i carabinieri che tenevano il presidio sul feudo; alcuni mesi dopo, a Pisticci, 500 cittadini invasero i terreni dell’attuale Marconia.

La lotta per la terra venne portata avanti in questi anni soprattutto per iniziativa della CGIL, insieme con DC, PCI, PSI e PdA, almeno fino al 1947, cioè con la rottura dell’unità nazionale antifascista, voluta da Alcide De Gasperi.

Le elezioni del 18 aprile ’48 portarono al governo la DC, che aveva sconfitto il Fronte Popolare (PCI e PSI).Nonostante la sconfitta politica, il PCI e il PSI continuarono a rafforzare la presenza delle loro sezioni al sud, coinvolgendo braccianti e contadini: la lotta per la terra era diventata uno strumento di lotta politica, attraverso la quale diventava necessario ricostruire il consenso popolare che la DC si era conquistata.

Il 1949 segnò una nuova e più importante fase per il movimento contadino meridionale. Le occupazioni ripresero in Calabria, dove circa 14 mila contadini, provenienti dalle province di Cosenza e Catanzaro, si mossero per avere la terra: a Melissa il 30 ottobre, durante un’occupazione, la polizia di Scelba sparò sulla folla uccidendo tre persone. ImageLa CGIL proclamò allora uno sciopero generale di protesta, dal quale il movimento di occupazione si estese all’ intero Mezzogiorno.

In Basilicata a guidare il movimento contadino era Giorgio Amendola, a capo del comitato interregionale del PCI di Campania e Basilicata. Anche lui espresse il carattere fortemente organizzativo del movimento contadino, a partire dalla nascita, proprio nel ’49, delle Assise per la rinascita del Mezzogiorno, organizzate dal Fronte popolare.

 In questa storia vivono tante storie di contadini e braccianti morti, ma vivi ancora nella memoria. Una storia di Resistenza, oserei dire, dal sapore meridionale. Non una lotta contro il nazifascismo combattuta sui monti, ma pur sempre una lotta, combattuta sulle terre coltivabili, per resistere al potere latifondista e difendere la propria sussistenza, il proprio cibo, la propria identità. Una bracciantilotta organizzata in nome della libertà. Perchè la terra era libertà.

Oggi Filippo Novello vive a Chivasso, nonno in pensione dopo anni come Comandante del Corpo di Polizia Municipale.

In Piemonte è giunto nel 1971, all’età di 25 anni; non erano più gli anni dei cartelli contro i meridionali, gli emigrati non subivano più le discriminazioni sociali ed economiche dei loro padri, ma bisognava faticare comunque per cercare lavoro.

Per ironia della sorte, nel suo paese natale Filippo venne condannato all’epoca in primo grado per gli stessi reati per cui era stato condannato il padre:

 Sono stato responsabile della Camera del lavoro di Montescaglioso e poco prima del ’71 c’era stato un movimento per collocare nel lavoro alcune persone iscritte a questa organizzazione. I dirigenti, tra i quali c’ero anch’io, furono accusati e messi sotto processo penale; siccome la contestazione di questo reato prevedeva anche il mandato di cattura obbligatoria, partii per Torino per sfuggire alla galera, anche se il mandato non venne mai emesso perché effettivamente eccessivo. Successivamente fui condannato in primo grado a Potenza e poi assolto in secondo grado con formula piena per non aver commesso il fatto, che per altro non era previsto dalla legge come reato.

Gli ho chiesto se e in che modo lo Stato gli fosse stato vicino, e lui con rammarico ha confermato i miei dubbi:

non ho ricevuto aiuti da nessuno, eccetto che dai politici del PCI, Giorgio Amendola in particolare, e da Giuseppe Di Vittorio con il quale io, un bambino all’epoca, avevo intrapreso una corrispondenza epistolare e che, a conclusione delle scuole elementari, mi fece iscrivere in un collegio della ENAOLI (Ente Nazionale Assistenza Orfani Lavoratori Italiani), ma dovette scendere in campo con tutte le sue forze per consentirmi di entrare, perché non venivo visto come un orfano di un lavoratore.

 Alla conclusione dell’intervista, Filippo mi ha regalato una frase che credo possa essere la sintesi di tutta la sua esperienza, e forse anche di quella del padre, seppur più breve: “ho fatto la Resistenza nel 1971”, a dimostrazione del fatto che le sue lotte ed i suoi sacrifici, iniziati dal padre, sono stati lo strumento reale attraverso il quale sostenere il principio della libertà e della giustizia individuale e collettiva contro la sorda politica italiana sia degli anni ’40-’50 sia, e forse ancor di più, di quella al governo negli anni ’70.

Consigli di lettura:

ImageRossa terra mia“. La storia di una donna, Vincenza Castria, di una famiglia costruita con Giuseppe Novello, la storia di una lotta continua per l’affermazione della libertà, diritti e dignità negati e perseguiti fino al sacrificio estremo. Un tassello della storia dell’Italia dagli anni ’20 fin quasi ad oggi.

La città di Montescaglioso ricorda oggi Giuseppe Novello, simbolo delle lotte contadine, con un cippo commemorativo nel cimitero comunale, su cui è incisa la poesia che Rocco Scotellaro gli dedicò, e una targa in memoria di tutti coloro che “lottarono per affermare il diritto al lavoro e al futuro”.

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3 risposte a I contadini meridionali resistenti. Uno per tutti: Giuseppe Novello

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  2. Filippo Novello ha detto:

    Bello l’articolo e la passione che Nica ha messo nella sua costruzione. Altrettanta bella la sua tesi di laurea! Vi assicuro che non è un commento di parte pur essendo io il Filippo Novello di cui parla Nica a cui mando un forte abbraccio lucano!!

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