La mia classe è il mio Paese?

film 3Era quasi la mia classe. Se non fosse stato per il fatto che io non vado mai in classe con la ventiquattr’ore, nè nella mia classe ci sono i banchi disposti come a scuola, visto che le lezioni avvengono, quando siamo fortunati, in una biblioteca. E nella mia classe, per dirla tutta, gli alunni non sono così bravi in italiano! Ma son dettagli. Forse sì, forse no.

È anche vero che le mie alunne, tutte donne e tutte arabe, ma non tutte musulmane, non vivono situazioni così di frontiera come i personaggi del film La mia classe di Daniele Gaglianone. L’ho visto, il film, qualche giorno fa al Cecchi Point di Torino grazie all’Associazione Museo Nazionale del Cinema che ne ha programmato la proiezione per una settimana, dal 25 aprile al 1 maggio scorsi.

Personaggi o persone i suoi protagonisti? È il dubbio che rimane anche dopo aver visto la docu-fiction: la storia non si svela fino alla fine e ciò dà al film quel bel pizzico di realismo che ne fa quasi un documentario. Il piano della realtà si confonde con quello della finzione, non c’è una morale, ma una sottile denuncia sì, che pervade tutto il film, ed è rivolta alla collettività, e questo lo trovo intelligente. Finalmente un film che, a parte alcuni limiti, conduce lo spettatore, almeno nelle intenzioni, a prendersi la responsabilità di una realtà che lo riguarda da vicino. E non solo lo spettatore rimane coinvolto, ma gli stessi tecnici, sceneggiatori, regista, l’unico attore ufficiale del film, che ad un certo punto sono chiamati a risolvere un intreccio. Che esso fosse programmato o meno, pone tutti di fronte ad una scelta: vogliamo continuare le riprese del film? E anche in questo caso il dubbio rimane.

Magistrale performance di Valerio Mastandrea, che si cala molto seriamente nel ruolo dell’insegnante-psicologo, per un film che rompe in qualche maniera gli schemi e conduce senza dubbio a riflessioni sulla condizione e sui rapporti degli immigrati con la legge italiana.

A mio parere, però, il film non squarcia totalmente la tela della rappresentazione, lasciando nell’ombra alcuni pezzi di vita reale.

Ho trovato ridondante, per la verità, il susseguirsi delle storie di alcuni alunni della classe, che puntualmente si sono concluse con le lacrime. E l’unico punto di vista che emerge è quello degli immigrati: le loro storie drammatiche, la difficoltà di imparare, l’impossibilità di continuare a lavorare alle riprese del film perchè il permesso di soggiorno è scaduto. E su quest’ultimo punto ruota il fulcro del film: la società, perfino un’istituzione come la scuola si rivelano incapaci di poter aiutare il giovane che, senza il documento, rischia di essere arrestato ed espulso dall’Italia, per ritornare nel Paese dal quale è scappato e dove altrimenti la guerra lo avrebbe ucciso.

Sono storie che si incontrano sempre più spesso, che pongono interrogativi senza risposte, che ci costringono a prendere atto che c’è qualche ingranaggio che non funziona in questo sistema di Paese.

Manca, però, il vero punto di vista dell’insegnante italiano di italiano per stranieri, quello che, appunto, difficilmente lo si incontra mentre impartisce le sue lezioni in un’aula, davanti ad una vera lavagna, davanti a due, tre file di banchi. E la cattedra, che cos’è? Insegnante ed alunni: mai così empatici. La precarietà dell’insegnante -e non solo per stranieri-, diventata ormai quasi strutturale, si incontra con quella di centinaia di immigrati disperati per i quali la precarietà è al momento l’unica forma di salvezza e alternativa di una vita dignitosa.

Gli unici che possono rispecchiarsi nel ruolo di Mastandrea sono forse gli insegnanti di ruolo che, spesso mantenendo lo stesso stipendio, vengono chiamati nei Centri Territoriali Permanenti o strutture simili per coprire le ore di italiano per gli stranieri. Per il resto si lavora per lo più per una grande impresa che si chiama VOLONTARIATO, e quando non è così il massimo della fortuna si esprime collaborando a progetti europei, che hanno una durata un po’ più lunga e fondi più certi da destinare agli insegnanti.

E, giusto perchè il paradosso sta diventando la regola con cui convivere, gli insegnanti che possiedono la certificazione per insegnare italiano agli stranieri non acquistano nessun punteggio nella graduatoria per l’insegnamento nelle scuole, pure già relegati in terza fascia. E gli aggiornamenti di quella che dovrebbe essere una professione l’insegnante se li deve anche pagare di tasca propria.

film 2Io sono una di questi numerosi precari. Insegno italiano ad un gruppo di donne fantastiche e con un gruppo di lavoro altrettanto laborioso, composto per lo più da volontarie che considerano l’impegno alla pari di un lavoro. Se non fosse per l’apparato volontaristico il progetto non potrebbe realizzarsi, in una città, Torino, in cui gli stranieri sono il 16% (per approfondimenti sulle etnie visitare il sito del Comune di Torino) della popolazione, ne mantengono attivo il saldo naturale scegliendo, consci o meno, di far nascere i propri figli in un’Italia che ancora gli nega la cittadinanza, ma che gli insegna a credere che questo è il loro Paese. E pagano anche le tasse, fin quando non sono costretti anche loro, come molte famiglie italiane, ad occupare case vuote per garantirsi un tetto precario.film

Anche a me capita spesso di ascoltare i racconti delle mie alunne, spesso mi chiamano da parte per chiedermi consigli, o semplicemente per aiutarle a trovare uno straccio di lavoro, qualsiasi cosa per aiutare la baracca, si direbbe qui “per sbarcare il lunario”. E puntualmente gli dico che ho le stesse difficoltà, pur vivendo rispetto a loro in una condizione privilegiata. Spesso assenti e distratte da tanti problemi quotidiani, a volte svogliate, fanno la corsa per prendere il livello A2 del QCER per assicurarsi il permesso di soggiorno di lungo periodo. E credono fermamente che la licenza media possa dar loro maggiori opportunità di lavoro. Sarà vero? Spero di sì.

In compenso, nonostante la precarietà e fuor di retorica, insegnare italiano agli stranieri è un lavoro che dà tante soddisfazioni, le stesse che provano molti insegnanti, anche se non inquadrati in una professione riconosciuta. Accorgersi dei progressi seppur lenti, nella lettura, nella comprensione delle frasi, nella scrittura, nella partecipazione emotiva alla lezione per me è un privilegio. E si dimentica quanto viene pagata un’ora di lezione, perchè importante diventa la relazione che si riesce a stabilire con la persona che si ha davanti.

Ma rimane il fatto che non è giusto. Il volontariato è un conto, il lavoro un altro. Il volontariato dà gratificazioni, pacifica l’animo, il lavoro dà dignità. Prima di tutto.

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il corteo a Torino bloccato in via Roma

Sarà che, come mi suggeriva un signore oggi a proposito della gente italiana, l’italiano purtroppo non è una razza, è un popolo. Detta così, nessun problema. Ma lui intendeva che, essendo formata da un popolo, l’Italia non è mai stata omogenea nel pensiero, nell’espressione delle azioni, non riconosce l’importanza di regole e persone, dice una cosa e ne fa un’altra, insomma. Ovviamente questo signore aveva per un attimo perso la ragione, perdendo di vista che le razze tra i popoli non esistono, ma credo volesse bonariamente dire qualcosa tipo “una gente una razza”.  E mi invitava, alla fine di tutto, a considerare il Presidente del Consiglio Renzi come politico capace di risolvere i problemi dell’Italia, perchè deciso ad andare avanti, senza nemmeno guardare in faccia le esigenze dei sindacati, “perchè i sindacati”, diceva, “devono fare opposizione”. Mi son forse persa il passaggio in cui i sindacati sono diventati un partito. E pensare che ancora credevo che difendessero le categorie di lavoratori, anche facendo rispettare i contratti collettivi nazionali di lavoro. Poi l’ 1 maggio scorso mi sono ritrovata quasi in coda al corteo torinese, decidendo di seguire il gruppo che rappresentava autonomi e No Tav, non per seguire le sigle ma perchè mi interessava ciò che stavano dicendo. E all’improvviso siamo rimasti tutti bloccati nel centro di via Roma con la Polizia schierata di fronte (ho poi saputo che in via Po c’era già stato un altro scontro). Due cariche, durante le quali qualche manifestante si è fatto male, poi nulla più: la polizia è inspiegabilmente scomparsa e siamo arrivati in Piazza San Carlo, ma quando i palchi erano già vuoti.

Mi chiedo: impedire ad una parte di un corteo autorizzato di manifestare il proprio pensiero non solo da un megafono ma anche attraverso il confronto con altre parti sociali non significa ledere un diritto?

un momento del corteo a Torino, 1 maggio 2014

un momento del corteo a Torino, 1 maggio 2014

Ci si può anche lamentare, anche quello è un diritto, e capisco anche chi si lamenta per non essere riuscito a concludere il corteo perchè bloccato in coda, ma forse bisognerebbe cominciare ad ammettere che questi son tutti sintomi di un disagio sociale che sta crescendo e che potrebbe assumere anche risvolti poco piacevoli se non si prova a farsi carico di alcuni problemi.

E allora la politica dov’è? Perchè non risponde? Possibile che l’unico strumento per esprimere il proprio dissenso diventa l’astensione dal voto?

E l’Italia, da sempre e ancora, barcolla. E ci ricorda che siamo quasi tutti stranieri qui.

 

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